"L'uomo seme" di Violette Ailhaud, racconto lungo pubblicato dall'editore romano Playground (di cui si sa poco o nulla, se non che è una delle tre case editrici associate alla Fandango), ha qualcosa di straordinario. Questo qualcosa ha tuttavia poco a che fare con i pruriginosi motivi per cui è stato pubblicato, tradotto e apprezzato. Che la storia racconti di un villaggio di sole donne (Saule Mort, frazione di Poil, in Provenza) che aspettano l'arrivo di un uomo dopo che tutti i mariti e i compagni sono stati deportati e uccisi dalle truppe napoleoniche, non è francamente interessante. Si tratta di una curiosità poco meno che mediocre. Quello che colpisce invece, e di cui nessuno parla, è lo stile, la capacità di una scrittrice di parlare di se stessa e dell'ambiente in cui vive con la naturalezza di un linguaggio fatto di terra, di campi, di pietra e di arbusti. Un linguaggio che arriva diretto e senza fronzoli alla nostra sensibilità.

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